ENRICO CAPUANO: LASCIA CHE SIA

 

di M. Debora Farina

 

 

La passione di Enrico Capuano per la musica nasce sin da bambino: a casa ci sono i 33 giri di Rolling Stones, Beatles, Led Zeppelin, Black Sabbath…, tutta la musica rock degli anni Sessanta e Settanta, accanto ad un’altra serie di dischi particolari, quelli legati alla casa discografica ‘Dischi del sole’- edizioni ‘Bella ciao’ con Ivan Della Mea, Giovanna Marini, E’Zezi, che negli anni Settanta imperversano la scena musicale militante. “Diciamo che da bambino ho acquisito tutta questa musicalità e l’ho talmente assorbita che all’età di dodici anni, già facevo una trasmissione a Radio Onda Rossa che si chiamava ‘Folk in lotta’, dove mandavo in onda la musica popolare presentando i gruppi di musica popolare e facendo i dibattiti in diretta sul significato di musica popolare. La gente pensava che fossi una donna, ‘la compagna che sta alla radio’; non si rendevano conto che era la voce di un bambino”.

L’atmosfera della contestazione è quindi acquisita da subito, anche grazie alla passione per la musica dei fratelli più grandi, dei quali uno suona nelle bande rock dell’epoca ed un altro nella musica popolare. Gli anni settanta accanto all’esplosione dell’hard rock di matrice anglo-americana, vedono una forte presenza della musica popolare: ci sono gruppi come i Tarantolari di Tricarico con Antonio Infantino, che molti anni più tardi avrà un suo ruolo importante nell’immaginario di Enrico Capuano. “Antonio Infantino è quello che poi ha cantato come ospite nel mio ultimo disco, quindi certi corsi e ricorsi storici ritornano, e probabilmente quel sogno che da bambino mi ha impegnato la mente musicalmente poi è diventato una realtà. Come con gli E’Zezi, un gruppo che poi ho prodotto, o Giovanna Marini: sono stato nel suo laboratorio a testaccio per molto tempo, e tutta una serie di cose e personaggi che più o meno erano dei miti per me”.

L’accostamento proprio alla musica popolare tradizionale nasce più tardi, dall’amore per il progress italiano della Pfm, del Banco, paralleli a Ivan della mea con il quale Capuano fonderà la Sacs, una società di artisti militanti, e Alfredo Bandelli poeta operaio rappresentante più autentico di quella cultura che dal mondo contadino diventava operaia con  l’estetica del canto contadino, ma dentro temi ormai sociali, e dentro i ritmi non più tradizionali contadini, ma della fabbrica. “In questo senso anche Antonio Infantino è interessante o gli stessi E’Zezi, e questo è un aspetto che mi è sempre piaciuto e interessato: loro partivano dal mondo contadino con la tammurriata, o la taranta, che poi si mescolavano con il ritmo della fabbrica, della catena di montaggio di cui si riproducevano i ritmi e addirittura si cantavano delle frasi sui quei ritmi senza però perdere l’estetica del mondo contadino che ha tante caratteristiche, la musica è più modale con un modo di cantare spezzettato, con il fiato preso in mezzo alla parola, in un modo diametralmente opposto a quello dell’impostazione classica. Penso al modo di cantare delle donne, delle mondine ad esempio, o delle persone che lavoravano la terra che non potevano impostare la voce, cantando quindi con la tipica ‘impostazione’ nasale, un timbro proprio che ha una sua estetica e un suo temperamento”.

Dopo varie esperienze musicali in cui la musica è vissuta soprattutto a livello non tanto ‘professionale’quanto militante, dagli anni Novanta Enrico Capuano inizia ad affrontare la tematica del rock da accostare alla musica popolare italiana: “Quello che io chiamo e definisco rock italiano per me è folk-rock, non è quello cantato in italiano sui cliché anglo americani. Fare del rock italiano, secondo me, è mescolare i cliché anche anglo americani ma con la musicalità, le atmosfere, i ritmi anche della tradizione italiana popolare. Questo secondo me è il vero rock italiano”.

Tammurriatarock, il terzo album dell’artista, dopo Fai la cosa giusta, e Onda d’urto, compie definitivamente la commistione di rock e musica popolare. E’ l’album della svolta espressiva e professionale: “Ad un certo punto ho deciso di fare il salto, e di prevedere che prima o poi nella vita, dovevo fare il musicista”. E’ Paolo Dossena della Compagnia Nuove Indie, ad accorgersi del ‘fenomeno capuano’, indipendente con all’attivo copie su copie vendute per un disco autoprodotto.

“Io ho cominciato a lavorare sui pezzi ed a formare una top band, e penso oggi di esserci riuscito:  penso di avere uno dei gruppi , più forti presenti nella scena romana e nazionale non da meno di tanti altri”.  Con Tammurriatarock iniziano anche le importanti collaborazioni: da Lucio Violino Fabbri a Graziano Caratoli, l’attrice Loredana Cannata, Piero Brega, E’Zezi, Marcello Colasondo, Eugenio Bennato con il quale Capuano divide il palco del Primo Maggio 2002.

“Siamo arrivati al Primo Maggio, forse perché c’è stato il riconoscimento di una storia. Tammurriatarock è stato un disco sofferto, un po’ troppo elettronico forse sugli arrangiamenti però,  da lì, in particolare da due pezzi Tammuarriatarock e Che giornata è stata data la luce a quello che oggi è Enrico Capuano e Tammurriatarock”.

L’idea della contaminazione attuata in Tammurriatrock di poter legare il rock in quanto fatto di cultura popolare alla musica popolare propriamente detta, e di farlo in maniera forte, non ovattata, non smussata ma spigolosa, provocatoria degli elementi di rock in quanto rock e di folk in quanto folk, passando da una chitarra distorta ad un momento di saltarello invece che miscelare i basilari giri di minori armonici oppure di echeggiare le sole scale arabe, qui si arricchisce di un ulteriore elemento conoscitivo: il cantautorato nel recupero del testo unendo insieme i due aspetti musicali di folk e rock. L’aspetto autoriale diventa ancora più presente ed incisivo in Lascia che sia, l’ultimo lavoro del folk singer, come il titolo del concert film sul tour del 2002.

“Lascia che sia è il disco che secondo me visualizza meglio quello che ho inseguito per tanti anni. E’ un disco dove gli elementi folk-rock sono più nitidi, e non a caso c’è per la prima volta un omaggio ad un altro pezzo, a chi in fondo mi ha sempre ispirato. Si tratta di E’festa della Premiata Forneria Marconi, che ritengo uno dei massimi gruppi italiani di questo genere”. L’album, fortemente autobiografico e dedicato alla band Tammurriatarock a riconoscimento dei tanti anni e dei tanti sacrifici trascorsi insieme, mantiene sempre il concetto della filastrocca, nei testi un po’ scioglilingua un pò slogan, recuperando il concetto di rap popolare. Se in Tammurriatarock ci sono ancora passaggi di musicisti, alla batteria soprattutto, Lascia che sia presenta meno ospiti, proprio per l’omaggio alla band: Fabiano Lelli alla chitarra, Stefano Baldasseroni alla batteria, Claudio Clementi al basso, Stefano Ribeca ai fiati, Manola Colangeli ai cori e l’ ultimo arrivato Edo Nota al violino ;“è la band che è sempre con me, sul palco e in studio”. Le tre tracce suonate dal vivo, vogliono riportare sul disco il particolare suono live della band, così tanto fondante il sound dei concerti. “La differenza tra lo studio e l’esperienza live con Tammurriatarock era piuttosto forte, nel senso che a volte ho fatto fatica a riportare in live tanti brani del disco, infatti non a caso molti non li ho fatti, ma non tanto perché non era possibile riproporli quanto dal punto di vista di come concepisco io lo spettacolo: un grande circo in cui il concerto è un elemento del tutto, dove è possibile il coinvolgimento di altre arti, come la danza, la fotografia, la pittura”. Il distacco tra la performance live è la registrazione in studio con Lascia che sia cade definitivamente, concorrendo alla percezione e creazione di uno spettacolo totale in cui il musicista non è l’eroe o il protagonista assoluto, ma uno strumento in funzione dello spettacolo, perdendo la tradizionale linea del cantautore-parlatore, una volta al servizio di una logica militante, ma bensì al servizio di uno spettacolo che vuole trasmettere dei valori militanti come quelli dell’amore e della pace. “Io nei miei pezzi parlo sempre di pace e guerra. Qui ho voluto dedicare un pezzo a me, non a me inteso solo come Enrico Capuano, ma a me inteso come tante persone che come me sembrano stare fuori dall’acqua e ancora credono in certi valori, ma che però, guardandosi intorno, alcune volte non riescono a trovare una propria casa e provano un senso di smarrimento. Tuttavia al contempo riaffermano quello che sono, e orgogliosamente dicono: io sono, la penso ancora così nonostante voi, nonostante le delusioni, nonostante tutto io sto qui e credo ancora in una bandiera, credo ancora in un sorriso”.  Il pezzo molto autoriale, scritto in uno dei momenti più difficili della vita dei Enrico Capuano, si affianca ad altre songs di profondo spessore emotivo e musicale. Una è forse un inconscio omaggio alle figure dei cantautori ammirati dall’autore: Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Luigi Tenco. Pensando proprio a De Andrè e tornando con la mente al concerto fatto in Irak qualche settimana prima che scoppiasse la guerra, Capuano scrive una canzone che unisce la storia di Gesù Cristo, la storia dell’uomo Gesù ed a quanto fosse stata violenta ed ingiusta la sua morte, alla violenza delle morti in seguito alle bombe ‘intelligenti’ pensate in nome di un dio. Di qui i parallelo della morte insensata con il dolore della madre Maria alla visione del figlio sulla croce: Viva Maria è un ulteriore omaggio “a questa figura che io amo molto di Gesù anche se non sono religioso, un personaggio storico che personalmente io stimo, un personaggio che mi dà positività, ecco, anche se mi ritengo materialista e ateo Gesù è una figura positiva, bella soprattutto nella rilettura di Francesco d’Assisi, alla quale mi sento molto vicino per la sottile venatura d’hippismo che mi sembra d’intravedere in quel filone della cristianità”. Altro pezzo intenso è Luna, scritto con Claudio Clementi, bassista della band e già autore dei testi dell’ultimo album di Patti Pravoe a Fabiano Lelli. La canzone, ambientata nel dopoguerra italiano e dedicata ad una ragazza di sedici anni che si dà da fare per vivere, è una fotografa di quella che è stata la fine della guerra, un passaggio storico vissuto attraverso degli occhi innocenti, degli occhi disillusi dalle tragedie che hanno dovuto vedere. Dal percorso intimista e fortemente autoriale Lascia che sia tuttavia si apre a sprazzi di giocosa sperimentazione, come per il motivo del saltarello trattato all’interno di un’atmosfera reggae con la voce particolarissima di Giovanna Manca, dalla timbrica propria di donna contadina, o l’esperienza della tarantata dove dalla pizzica tradizionale di un gruppo che ho prodotto dallo stesso Capuano, Arie corte, avviene il passaggio alla dimensione semplicemente ipnotica, di tranche, con l’uso delle parole ripetute ossessivamente, di cui alcune già presenti nel precedente disco, la ripresa di pezzi di frasi riportate nelle canzoni più volte come la parola ‘modulo modulo’: “Ci sono delle parole che io porto avanti in diverse canzoni, pezzi e collage di strofe che rimetto sempre in mezzo. E’ l’ossessione. A me piace valorizzare il concetto di ossessione monocorde, a volte di cantare su una nota sola, e spesso lo faccio in concerto, mi capita anche senza strumenti, di giocare sulle parole rappando in maniera monocorde dentro un’atmosfera popolare, senza base musicale sotto, in maniera tale da trovarmi io e il pubblico da soli, cinque, dieci minuti, a rappare, anche inventando lì per lì delle parole. Mi capita spesso di parlare di quello che succede sotto al palco, rappando e facendo delle rime”. L’elemento costante dell’improvvisazione, non calcolata, punteggia da sempre la vicenda musicale e privata di Capuano, che si ritiene amante dell’improvvisazione pura, a ricordare il rock seminale degli anni Settanta, continuando quella storia. “Rimangono degli elementi, dall’inizio alla fine, e la fine non è certo questa. Dall’inizio ad oggi c’è una continuità, la continuità dei valori di pace e militanza intesa come pensare, sognare e trasmettere idee per un mondo migliore, e la musica popolare, il prog italiano, la sperimentazione, per pensare ad un disco che non sia solo un mezzo per il commercio, ma un fatto artistico”.